☀️Buona domenica a tutti carissimi!Oggi non vi proponiamo una classica analisi meteorologica, ma vi portiamo con noi su una delle vette, a nostro avviso, più affascinanti del Parco Nazionale del Pollino: Monte La Mula, costituito da calcari cristallini grigi in strati sottili con intercalazioni di livelli di argilliti scure, secondo la mappa litologica ISPRA.

Con i suoi 1935 metri di altitudine, rappresenta la seconda cima per altezza dei tre complessi del Pollino occidentale dopo Cozzo del Pellegrino (1987 m).

Si erge non lontano dai comuni di San Sosti (raggiungibile dal Piano di Casiglia) e San Donato di Ninea (dal Piano di Lanzo).

Abbiamo scelto di raccontarvi questa vetta non solo per la sua bellezza e imponenza, ma anche perché rappresenta un vero laboratorio naturale per chi, come noi, è appassionato di meteorologia e idrologia.

La cima, raggiungibile dalla dolina carsica di Campo di Annibale, visibile in foto, è ampia e si estende per circa un centinaio di ettari, ed è composta da almeno sei rilievi principali che variano tra i 1890 e i 1935 metri.

Tra queste è possibile scorgere una piccola dolina (la quarta per quota in tutto il Massiccio), in cui si accumula acqua meteorica formando abbeveratoi naturali per bovini e cavalli, con una sella di esondazione di circa 5 metri. Non sono condizioni ideali per registrare minime termiche estreme, sia per l’esposizione sia per la limitata porzione di cielo visibile, ma rappresentano un contesto perfetto per osservare e studiare i fenomeni carsici.

Ed è proprio qui che arriviamo all’aspetto più affascinante per gli appassionati: il territorio è disseminato di numerosi inghiottitoi, punti in cui il suolo collassa formando solchi anche molto profondi. In questi luoghi l’acqua meteorica si infiltra lentamente, scavando nel tempo vere e proprie cavità sotterranee. Il processo è favorito dalla pioggia che, arricchita di anidride carbonica, diventa leggermente acida e accelera la dissoluzione della roccia calcarea.

Queste cavità, spesso poco esposte alla radiazione solare, diventano veri e propri potenziali nevai in cui la neve può conservarsi a lungo. Inoltre rappresentano rifugi ideali per la fauna locale, inclusi predatori: non è raro, infatti, trovarvi resti ossei, come abbiamo osservato durante l’escursione di domenica scorsa.

La presenza diffusa di inghiottitoi rappresenta un importante indicatore climatico e suggerisce come quest’area possa essere caratterizzata da un apporto pluviometrico elevato e relativamente costante nel tempo.

Infine, per i più attenti, sul versante nord-est è possibile individuare i resti di un antico circo glaciale, testimonianza dell’azione erosiva del ghiaccio che ha modellato questo territorio in epoche passate.

E tutto questo senza ancora parlare della straordinaria flora e fauna locale 🙂‍↔️

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